Dopo Aliano….il mio paese

Di Franco Arminio

1.
dopo aliano esco nel mio paese e trovo a centro metri da casa mia un grande palco che porta sopra un cantante che cantava quando io avevo dieci anni. ma non è vecchio, è strano, è un orrore che non fa orrore, un orrore che dura poco. mi chiedo cosa sono le persone che lo ascoltano. un sud indefinibile cresce intorno a me mentre vado a cercarne altri più lontani. non mi ha salutato quasi nessuno, non ho salutato quasi nessuno. non è popolo, non sono cafoni, non sono intellettuali, chi sono?

2.
io non conosco questa gente che ascolta gianni nazzaro e questa gente non mi conosce. io non sento rancore, non sento dolore, sento solo un senso di esilio, andare in esilio restando a casa propria, andare in esilio senza partire, perdere confidenza con chi abita lo stesso luogo che abiti tu, questo è quello che mi accade ogni giorno, diminuisce il numero delle persone che saluti e che ti salutano…, non c’è nessuno con cui fermarti devi uscire solo per tornare a casa, solo per vedere che le impronte della tua gente si sono cancellate e la tua gente non ti appartiene e tu non le appartieni. è un processo velocissimo. mentre lontano da qui provo a costruire nuove comunità, la mia si dissolva, diventa una cosa indefinibile, che abita uno spazio indefinibile. un luogo si dice è fatto dalle persone che lo abitano e non bisogna portare il broncio alle persone che ti circondano. ma qui non ti circonda nessuno, non c’è prossimità, di nessun tipo, non c’è neppure adiacenza.

Stasera al mio paese il palco era piantato a pochi metri dall’ospedale senza malati, ma che è ancora aperto, è come un paese che ormai è senza abitanti, ma è pieno di macchine che vanno avanti e indietro. io in questo paese ormai ho un solo territorio dove mi sento a mio agio: sono i balconi della vecchia casa, quelli che aggettano verso le frane, in un lembo di terra alberata. passerò la mia vita su quei balconi, da lì passerò direttamente al cimitero senza passare mai più per la piazza. mi chiedevo stasera come potrei amministrare persone del genere, come potrebbero votarmi. ecco adesso sparano i fuochi, i fuochi d’artificio alla fine di una festa senza festa di un concerto senza musica. pure queste sono invenzioni, ormai tutti creano qualcosa, da solo o in gruppo, ormai ognuno è il faraone della piramide della desolazione.

3.
avevo appena finito di scrivere il testo sulla festa quando ho sentito un colpo, era l’inizio dei fuochi d’artificio. sono uscito fuori. da casa mia si vedeva poco, ma non mi sono spostato pensando fosse una cosa breve. forse a un certo punto il fuochista si è addormentato, c’è stato un lungo silenzio. poi i fuochi sono ripresi, le luci salivano più in alto, ho capito che sare…
bbero durati a lungo, mi sono spostato. avevo un poco di freddo, mi sentivo un cane sperduto, li guardavo da solo i fuochi, lontano dalla strada dove c’era stato il cantante. in genere i fuochi si fanno alla fine di una festa, ma io non avevo visto una festa, avevo visto una sfilata di facce tristi. la colpa non è delle facce, è della cornice in cui le metti. quelle stesse persone, in un altro luogo, in un’altra circostanza avrebbero avuto un’altra luce, un’altra postura. e così pure questo testo, l’ho iniziato stamattina, poi mi ha chiamato il pavimentista, è iniziato un altro giro, il giro di quelli che dovrebbero finire una casa che non finisce mai, pena assoluta, specialmente in quei giorni in cui l’umano ti infastidisce. ad aliano ero ben lieto di accogliere persone, salutarle, insomma di fare il maestro concertatore senza essere invadente, dando spazio, luce a tutto e click here a tutti. quella è stata una festa in cui tutte le persone sembravano belle, appunto la questione della cornice. la festa di ieri sera nasce dall’idea di riportare in vita quella che si faceva una volta al paese, ma la fanno al paese nuovo, un paese che ai tempi della festa settembrina non c’era. il paese nuovo se lo addobbi, se ci metti le bancarelle, diventa di uno squallore assoluto. invece in certe sere di luna piena, quando tutte le case sono chiuse, quando non c’è nessuno per strada, diventa un luogo al di là del bene e del male, diventa un luogo tollerabile. ieri sera c’era quello che vende i cerchioni e le gomme dei trattori, quello che vendeva la spugna magnetica per pulire i vetri, un pezzo di giostra, i soliti ristoranti ambulanti, ma tutto questo impoveriva il luogo e chi ci stava dentro. gianni nazzaro era solo il fiocchetto di tanto squallore. la questione non si può chiudere pensando che sono cose che passano, la questione di ieri sera è chi sono i normali, cos’è la normalità. mi ricordo che ne parlavo una volta con gianni celati in un viaggio in macchina verso angri. tutti noi abbiamo un fratello, un cugino, un compagno di scuola che ci sembra più semplice di noi, più dentro al mondo. forse non è così. in realtà ci vuole un coraggio enorme per ascoltare un’ora di gianni nazzaro, ci vuole una spaventosa complicazione intellettuale per passeggiare in una festa in cui è bandita ogni forma di lietezza. a me i fuochi ieri sera facevano l’effetto che può fare un fuoco d’artificio dopo un funerale. mentre le luci cadevano nel buio mi sono chiesto che strana crisi stiamo vivendo, una crisi che non impedisce di spendere soldi per una festa di cui nessuno sente il bisogno. il paese nuovo è un organo che non ci appartiene, le persone ci camminano dentro con impaccio. è un luogo che funziona senza cerimonie pubbliche, funziona come accampamento privato, ognuno nella sua dimora, furtivamente. immagino che l’ingegnere assessore che ha organizzato la festa e le persone che lo hanno aiutato avessero in testa semplicemente l’idea di ravvivare il paese. le persone cosiddette semplici si pongono a volte mete complicatissime, la metà viene regolarmente mancata, ma non importa, tanto uno squallore vale l’altro, una serata inutile non aggiunge e non toglie nulla, quando il nulla soggiorna indisturbato nella trama comunitaria. al mio paese la vita comunitaria non è fatta più di niente. se non fosse per qualche rancoroso incallito che ancora milita in piazza, si potrebbe dire che non c’è più niente, solo case e autisti di macchine che vengono spostate da un posto all’altro. ieri sera i vecchi neppure sembravano vecchi e i bambini neppure sembravano bambini e i giovani non sembravano giovani, tutto aveva un’età indefinibile, non c’era niente di antico e niente di nuovo, una bolla antropologica in cui le persone avevano mandato in giro la loro ombra, come se nessuno potesse più calcare la scena del mondo coi suoi piedi, col suo cuore. in mezzo a quella strade ieri sera c’erano persone che hanno riserve di bellezza, di sincerità e forse anche di ardore, ma tutto era posto in un limbo che non sapeva di niente, dopo una serata così non vai all’inferno e neppure in paradiso, si rimane in un piccolo purgatorio in cui non puoi vivere la tua vita, devi solo fare il figurante di un nichilismo alla buona che organizza una vita collettiva che nasconde le glorie e le miserie di ognuno. a questo punto chi legge penserà che sto esagerando, che le cose sono più semplici, che in fondo la serata aveva il compito di passare senza lasciare tracce. il compito non era l’intensità, ma un niente pacatamente condiviso. sicuramente gli organizzatori si staranno dicendo che la festa è perfettamente riuscita.