Aliano

di Franco Arminio

“Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo… Cristo è sceso nell’inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell’eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli.” Ad Aliano sono arrivati in tanti attraverso le pagine del libro di Carlo Levi. Il paese è ancora lì, con tutti i segni che hanno i paesi adesso. Però qualcosa resiste, a cominciare dal paesaggio circostante. I calanchi sono quelli, non è possibile alcuna lavorazione agricola. E neppure si sono avviate pericolose operazioni di sfruttamento turistico. Bisogna contemplarli da lontano, un mare di pieghe grigie, come un cervello spalmato per terra. E poi se ci entri dentro, senti le voci di questa terra.

Ti devi inginocchiare, devi osservare una formica, un ciuffo d’erba. E poi devi sentire anche voglia di andartene, quasi per non disturbare. I calanchi sono la prova che la terra inerme non si può difendere, deve bere la pioggia, che qui è rara, e il sole, che qui è un agguato giallo. La Lucania bisogna girarla d’estate. In certe giornate di luglio si può vedere una mandria di pecore mischiate a capre e mucche, un pascolo disperato, sulla paglia tagliata, dentro un silenzio scortato solamente dalle cicale. E Aliano è lì sopra, e poco lontano i ruderi di Alianello, il paese morto. È un mondo senza convulsioni, un mondo distante. Non si vedono le zappe, non si vedono i muli. Se vedi un pastore non devi aspettare di vederne un altro. Terra di cose singole e lontane. Carlo Levi è al cimitero. Da poco gli hanno cambiato la tomba. Ai lati della lapide due muretti in mattoncini di cui non comprendo il senso. Sulla lastra di marmo tanti piccoli sassolini, come da usanza ebraica. La cosa che mi colpisce di più è un’epigrafe. Mi vengono questi versi: Ad Aliano / a fianco alla tomba di Levi / c’è quella di un ragazzo. / Sulla lapide una frase inusuale: / i click here familiari se la prendono con gli amici / che stavano con lui nel mare. / Nella mia testa / il morto annegato ruba la scena / all’esiliato. Nel mio ultimo passaggio ad Aliano ho conosciuto anche il sindaco e il parroco. Entrambi non si può dire che siano accidiosi. Il sindaco mi ha parlato dei tanti soldi che è riuscito a reperire con i progetti presentati, ma si rende conto benissimo che non bastano. Qui non ci sono più i problemi che c’erano al tempo di Levi, ma se non ci fossero le royalties del petrolio per i comuni sarebbe difficile andare avanti. Il sindaco ha realizzato alcune strutture per sfruttare al meglio il connubio con Levi. Le strutture ci sono, forse non c’è nel paese la convinzione che possano portare particolari benefici.

Il parroco fa tante cose al servizio della comunità. Si è occupato di una cooperativa per l’olio, organizza una mostra di pittura per ragazzi e si interessa anche del premio letterario dedicato a Carlo Levi. Al riguardo mi permetto di suggerire un tema: il premio potrebbe essere dedicato agli scrittori che in qualche modo sono esiliati, nelle varie forme che può assumere l’esilio adesso. Don Pierino pubblica anche un periodico, “La voce dei calanchi”. Ogni domenica esce un piccolo supplemento sulla vita della parrocchia. C’è spazio perfino per il bilancio. Le entrate della terza settimana di marzo risultano queste: “55 euro collette SS. Messe”, “105 euro offerte giornale”, “18 euro offerte candele”. Il mio viaggio ad Aliano non è stato solitario. Sono stato invitato da un architetto che insegna ad Ascoli Piceno e ha portato qui i suoi allievi. È stata un’esperienza intensa, anche se avevo il cuore in pena per una persona ammalata. I ragazzi ascolani avevano un’aria che non è la stessa di quando stazionano davanti ai bar cittadini. Aliano dà alle persone che ci arrivano un filo di grazia. È come se Levi stringesse la mano a ognuno e invitasse a guardare, a dare e a darsi un filo di bene. Franco, Luigi, Enzo, Giusy qui non erano solo dei bravi architetti, ma speranze di un Sud che sta provando a guarire. Il poco che c’è qui è meglio del troppo che c’è altrove.