Buona domenica amici miei

di Paride Leporace

Buona domenica a tutti gli amici e le amiche vicini e lontani.
Sono appena tornato da Aliano carico di emozioni e speranze. Tra poche ore parto per Venezia e vado alla Mostra del cinema non come giovane cinefilo, giornalista militante, visitatore effimero e disincantato ma con un ruolo pubblico denso di impegno e responsabilità. Mi sembra di stare sulla famosa linea d’ombra. E forse per questo motivo mi sono ricordato di due quaderni che stanno in un cassetto. Uno ha una copertina vintage. Un regalo di mia moglie Lucia. Viene da Bruxelles E’ un livre d’histoire. Un comptoire de famille. Nell’epigrafe di fabbrica sta scritto: “Nous avons tout en nous des émotions oublièes…Il suffit d’une historia pour les retrouver”. Ho scritto su quelle pagine delle poesie. Una per Lucia nel giorno più’ corto che ci sia, data di festa per incroci di ricorrenza, gli appunti per l’inizio di una commedia dialettale che inizia “ara Murtiddra”, poi “le ombre cinesi del male e del bene”, cinema in poesia, Chissà quando ho scritto “di ostaggi anonimi e muti-quasi ignoti- come i piccoli cadaveri-del conflitto in Siria-“? Lo stesso conflitto di oggi? Era quando guardavo Al Queida ad un altro festival veneziano, Simona Pari era ostaggio e i bambini di Beslan pure. Salvarsi, cercando una memoria, un passato, una nuova scrittura, una nuova storia.
L’altro quaderno è ricoperto di cuoio nero. Contiene un racconto. E gli appunti di un romanzo. Ho ancora molto da raccogliere. Vorrei scrivere della mia Cosenza. Della città vecchia alla maniera di Borges e di Evaristo Carriego. Del secolo breve a Cosenza. Raccogliere i miei scritti di cinema. E gli scritti lucani. Riscrivere una sceneggiatura giovanile. “Senso” di Visconti ambientato negli anni Settanta. E rivedere la raccolta “C’è poesia nei giornali”. E poi L’antologia degli scrittori di Maratea: Montanelli, Cederna, Pavese, Di Consoli, Cappelli etc etd. E quella saga familiare che ha tre inizi datati 1907, 1934, 1962. Potrò venire a capo di tanto lavoro? Forse per pezzi, per schizzi, per occasioni, per incontri, per amicizia, magari per bisogno.
In un cassetto della scrivania dormono due quaderni. Spesso sognano che una mano li prenda e la carta intuisce ogni volta la presenza di una mano che ne aggiunga inchiostro e segni. Ma forse è solo impassibile e innocente superbia. E allora penso a Franco. A Franco Arminio. Adesso tutti vediamo Franco Arminio in funzione dei paesi e dimentichiamo che Arminio (come Scotellaro, il suonatore, il poeta) è un personaggio di Arminio, così come click here la paesologia in cui lo immaginiamo, è una proiezione e quasi un delirio della sua opera.
La paesologia crea Arminio ed è da lui ricreata. Influiscono su Arminio l’Irpinia, l’osteria di famiglia, gli anni Settanta, il terremoto dell’Ottanta, il mestiere di maestro elementare, un figlio di 18 anni che è stato tre volte a Berlino e che sa fare la pasta in casa, il culto dei morti, l’amore per la Lucania e per le aree interne. Arminio impone la sua visione della paesologia, e tale visione modifica la realtà ( In verità noi auspichiamo che più’ in la che la realtà sia veramente modificata dalla politica, dalla poesia e dal cinema).
Come ha potuto Arminio diventare quello che sarà per sempre? Come riesci a mettere assieme per una giornata in un auditorium un ex ministro, filosofi, diversi attori, cantanti di strada e da night, storici, poeti. viandanti, curiose. donne ex isteriche, bambini e amministratori a parlare del Sud? Come riesci a scalare i calanchi, ad andar all’alba alla tomba di Levi? Ma non era morto il levismo? Forse e’ il suo carnevale? Il nuovo carnevale di Aliano. Costruire tante case con gli occhi. Neanche lo stesso Arminio sa dircelo come è diventato quello che sarà per sempre. Forse anche lui ha letto Dumas da piccolo. Io ho avuto la fortuna di leggere “I tre moschettieri” nella versione Oscar Mondadori per adulti ad 8 anni. Ho tentato di spiegarlo ad Umberto Eco ma non mi ha capito. O io non mi sono riuscito a far capire. E’ bello scoprire ad 8 anni D’Artagnan come lo racconta Dumas. Il sapore della pienezza della vita. Perché D’Artagna era giovane, orgoglioso. guascone, timido e povero. Eco non mi ha capito quel giorno di novembre quando tentavo di spiegargli che catalogavo i libri a suo modo e che i suoi amati “Tre moschettieri” erano finiti accanto a “Il nome della Rosa”. Come ha potuto Arminio diventare quello che sarà sempre? E’ capitato qualcosa in qualche momento che come un D’Artagnan lo ha profondamente segnato. Qualcosa di quotidiano e non banale che ha percepito in quel momento. Forse io l’ho ritrovato, non certo parlando con Umberto Eco e l’occhiuta presenza di un famoso filologo d’ordine di cui non ricordo più’ il nome, ma guardando la monumentalità dei calanchi lucani e leggendo Borges che per voi ho parafrasato in questa domenica di settembre. Ho scritto anche un racconto che si chiama “Impressioni di settembre”: Forse lo pubblicano a Cosenza. Forse. Buona domenica amici miei.