Esercizi di paesologia di Nicola Di Croce

Potenza, 2/9/2013

Esercizi di paesologia di Nicola Di Croce
Note accompagnate da Michel Focault, IainChambers e CarloGinzburg

Ritornando verso casa da Aliano un amico mi ha chiesto, forse provocandomi: “mi spieghi cos’è la paesologia?” Nel rispondergli ho avvertito quanto una pratica- un esercizio personalissimo cui mi dedico per le mie ricerche e seguendo la mia curiosità – avesse trovato in questa parola‘nuova’ un’intenzione comune a quella che Franco Arminio racconta nei suoi libri. Avvertivo come allo stesso tempo quest’intenzione fosse priva di una definizione, ed io non l’avessi mai cercata forse intuendone la direzione, forse perché non ne avevo bisogno, ma mi rendevo comunque conto che per parlare di paesologia non potevo far altro che raccontare il percorso di vita di un maestro elementare nella cui pratica solitaria si sono riconosciuti tanti amanti della marginalità. Hosentitocosì quel sentimento intimo e intraducibile – fortissimo – che provo verso quelmediterraneo interiore, ho sentito ancora l’avanguardia contemporanea della cultura di margine, il ben-essere che mi regalae la necessità di produrre, proprio attraverso un pensiero di margine,un discorso radicalmente nuovo.
Credo che questa necessità abbia bisogno, prima di tutto,di tracciare i confini instabili di una pratica, che diventa disciplina nel momento stesso in cui provo a definirla;come dire: coniare una parola è un atto di responsabilità, un’azione delicata perché estende l’esercizio di paesologiada pratica condivisa ad espressionee formazione di una comunità: “La disciplina è un principio di controllo della produzione del discorso. Essa gli fissa dei limiti col gioco di una identità che ha la forma di una permanente riattualizzazione delle regole.” (Focault)
Un discorso radicalmente nuovo- che accoglie la pluralità delle voci che lo compongono, non traccia limiti netti nel suo formarsi ed è, anzi,in grado di partire dalla poesia per arrivare all’istituzione – può partire, in questo momento, solo dai margini, dai luoghi che hanno vissuto un isolamento tale da evitare il suicidio razionale dello click here sviluppo inteso come crescita esclusivamente quantitativa:
“Le culture in apparenza periferiche e le storie minori vengono qui a revisionare radicalmente la nostra stessa comprensione della composizione del presente. Dai recessi dell’archivio, ora esposto agli interrogativi non autorizzati, sorti nei territori non riconosciuti di un Mediterraneo (e un’Europa) multilaterale, l’indagine critica è simultaneamente concentrata sulle complessità di località plurali mentre ci proietta lungo extraterritoriali linee inedite di comprensione.” (Chambers)
Ridisponendo il centro geografico della cultura occidentale nel mediterraneo, e iniziando ad ascoltare aiutati dall’acqua gli intrecci delle sue culture, ci accorgiamo che aimargini, per come li abbiamo definiti,non stanno le sponde ma l’entroterra, le montagne di quell’appennino che è il punto di inizio di questo discorso:
“L’inclusione delle sponde negate nella comprensione delle modernità mediteranee non soltanto riapre un archivio, esponendolo a coordinate precedentemente sconosciute. Se il represso inevitabilmente ritorna a perseguitare e disturbare il presente, allora anche le nostre interpretazioni sono disancorate dagli ormeggi e dagli assiomi precedenti.”(Chambers)
Riconoscere un percorso non rettilineo porta, allora, a guardare alle vittime dell’isolamento e dell’esclusione sociale comeai depositari dell’unico discorso radicalmente alternativo alla menzogna della società costituita (Ginzburg),e il passo successivo, coniugando la leggerezza di una comunità provvisoria con il controllo operato da una disciplina, dovrebbe essere quello di dare forma a questo sentimento del mediterraneo interiore: una forma in cui riconoscersi e dove concentrare le forze e le competenze di quanti sono convinti che un discorso nuovo e sensibile – estetico, perché in grado di sentire attraverso i sensi-si traduca in politiche territoriali:
“È questa soglia precisa, in cui la poetica suggerisce un’altra politica, a sollecitare un’apertura critica spesso inaspettata. Qui le pratiche artistiche non sono semplicemente modalità di testimonianza e del testimoniare storici, ma piuttosto, nel proporre misure di tempo e di spazio inedite, stabiliscono i luoghi di un’altra cartografia critica che, a sua volta, mappa il nostro divenire senza garanzie.”

Nicola Di Croce