Un nuovo umanesimo delle montagne

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Franco Arminio: «Un nuovo umanesimo delle montagne»

L’arcaico e la modernità insieme. Il paese come luogo aperto a nuove immaginazioni e non come ripiegamento nostalgico. Il poeta e scrittore Franco Arminio racconta come far crescere «un’economia dolce e comunitaria, antidoto alla miseria spirituale».

Difficile portare i turisti nei paesi dell’Italia interna. Ci vogliono nuovi residenti. Non ne servono neppure tanti, ma devono essere residenti “forti”. Che significa? Significa persone che vengono nei paesi a fare la loro vita, non a finirla. Significa persone che riprendono dai margini la sfida all’impensato. Il paese non come luogo dove tirare i remi in barca, ma come luogo di apertura a nuove immaginazioni. Non un luogo di un ripiegamento nostalgico, ma sagra del futuro. L’arcaico più arcaico e la modernità più avanzata che procedono insieme e danno ai paesi una forza che non hanno mai avuto. Poesia e politica, azione e contemplazione, intimità e distanza. Quello che era separato si intreccia, si mette assieme senza avere mete predefinite. Non è il caso di parlare di sviluppo e neppure di decrescita. Ogni luogo produce una sua idea dell’abitare. Non ci sono parole taumaturgiche. La salvezza non è la comunità, ma non è neppure la tecnologia. Bisogna usare quello che abbiamo e anche quello che non abbiamo. Bisogna usare un’idea della vita e anche un’idea della morte.

Cosa significano queste parole rispetto a quello che deve fare la politica? Come si deve lavorare per destinare i fondi comunitari disponibili da qui al 2020? Il punto di partenza non sono i progetti. Il punto di partenza è sostenere le click here nuove residenze, sostenere chi si sposta nell’Italia interna, portando in quei luoghi il proprio ingegno. Può essere un caseificio o un’agenzia pubblicitaria, l’importante è che ci sia un lavoro vero. L’importante è che il modello non sia la modernità incivile che ha distrutto gran parte dell’Italia negli ultimi decenni. I piccoli paesi dell’Italia interna non sono luoghi da far diventare come il resto dell’Italia. Non vanno visti come luoghi da riempire. Se il modello è portare lo sviluppo che abbiamo conosciuto fin qui, è meglio che questi luoghi siano del tutto abbandonati. L’incuria per molti aspetti rischia di essere meno dannosa della politica.

Bisogna investire sulla gomma più che sulla matita. I piccoli paesi non hanno bisogno di nuove strade, di nuove piazze, di nuovi lampioni, di nuove panchine. Hanno bisogno di produrre latte e uova, hanno bisogno di giovani che lavorano la terra. Bisogna incoraggiare nuove forme di artigianato, bisogna incoraggiare le cooperative di comunità. Non è importante essere in pochi o in molti, ma come le persone organizzano la loro vita. Nei piccoli paesi occorre avviare politiche che congedino il modello consumista e individualista. Gli obiettivi non devono essere misurabili in chiave strettamente economica. Un’economia dolce e comunitaria può essere un buon antidoto alla crescente miseria spirituale. L’Italia si salva se si salva l’Italia interna. Bisogna finanziare i germi di una nuova civiltà, quella che io chiamo nuovo umanesimo delle montagne. Non si può continuare a finanziare la distruzione del paesaggio, non si può guardare all’Appennino come un luogo da omologare all’Italia delle pianure (che appare sempre più una grande garage di macchine e palazzi, di carcasse e carne).

http://www.left.it/2014/08/21/franco-arminio-nuovo-umanesimo-delle-montagne/17283/