Piccolo centro con poco più di 1000 abitanti, è situato nella parte centro-meridionale della Basilicata, racchiuso tra il torrente Sauro ed il fiume Agri, un tempo navigabile.

Il posto, oltre alla celebrità derivatagli dal Cristo si è fermato a Eboli, è famoso anche per i suoi calanchi, tra i più suggestivi d’Europa. I calanchi, dorsali costituite da una successione di rocce sedimentarie sollevatesi durante l’orogenesi terziaria, solcano delle enormi colline di argilla bianca, che per la loro estensione e varietà creano un paesaggio suggestivo. L’intero paesaggio è percorso da strade carrozzabili che permettono di gustare da vicino tutta l’incredibile bellezza.

La Casa dove abitò Carlo Levi

“… la casa dove finalmente dopo pochi giorni… andai ad abitare era, si può dire, l’unica casa civile del paese… Era composta di tre stanze, una in fila all’altra. Dalla strada, un vicoletto laterale sulla destra della via principale, si entrava in cucina, dalla cucina alla seconda camera, con cinque finestrelle, che fu la mia stanza del soggiorno ed il mio studio di pittura”.

La riapertura della casa abitata da Levi, con gli interventi di restauro, è di nuovo visitabile ed accogliente; lo scopo del restauro è stato quello di non trasformare e non offendere quanto da Levi osservato, studiato e commentato. Una casa per certi versi banale, ma che possiede quella magia che solo i luoghi entrati in un grande romanzo hanno la fortuna di trasmettere.

“La casa era modesta, costruita in modo economico, e non bella, perché non aveva carattere, non era né signorile né contadina…l’alloggio era quasi vuoto… E soprattutto era una casa, un luogo dove avrei potuto esser solo e lavorare…Mi affrettai dunque a salutare la vedova, e a cominciare la mia nuova vita nella mia residenza definitiva…. Contento della nuova solitudine, stavo sdraiato sulla mia terrazza, e guardavo l’ombra delle nuvole muoversi sulle creste lontane, come una nave sul mare…Uscivo spesso nelle belle giornate, a dipingere: ma lavoravo soprattutto in casa, nello studio o sulla terrazza… Sulla mia terrazza il cielo era immenso, pieno di nubi mutevoli: mi pareva di essere sul tetto del mondo, o sulla tolda di una nave, ancorata su un mare pietrificato…”

“Il padrone di casa mi aveva avvertito che sarei stato spesso disturbato dal rumore del trappeto, il frantoio che era sotto alle mie stanze; ci si entrava dall’orto, per una porticina di fianco agli scalini che portavano in casa. Avrebbe lavorato anche di notte, il trappeto mi aveva detto. Quando girava la vecchia mola di pietra, trascinata in tondo da un asino bendato, la casa tremava, e un rombo continuo saliva dal pavimento…”

Il Cimitero

“… era il limite estremo, in alto, del terreno che mi era concesso. La vista di lassù era più larga che da ogni altro punto, e meno squallida. Non si vedeva tutto Gagliano, che sta nascosto come un lungo serpente acquattato fra le pietre… seduto in terra, il biancore delle argille scompariva, nascosto dal muro: i due cipressi ondeggiavano al vento e tra le tombe nascevano, strani in questa terra senza fiori, dei cespugli di rose. Nel mezzo del cimitero si apriva una fossa, profonda qualche metro, con le pareti ben tagliate nella terra secca pronta per il prossimo morto… in quei giorni di calura avevo preso l’abitudine, nelle mie passeggiate al cimitero, di scendere nella fossa e di sdraiarmi nel fondo. Il terreno era asciutto e liscio, il sole non arrivava laggiù, e non lo arroventava… Nei dintorni del cimitero non andavo soltanto per ozio, in cerca di solitudine e di racconti. Era quello l’unico luogo, nello spazio consentito, dove non ci fossero case… Perciò lo scelsi come primo soggetto dei miei quadri: uscivo, quando il sole cominciava a declinare, con la tela e i colori, piantavo il mio cavalletto all’ombra di un tronco di ulivo o dietro il muro del cimitero, e mi mettevo a dipingere…”

Il Paesaggio

“… spalancai una porta-finestra, mi affacciai ad un balcone, dalla pericolante ringhiera settecentesca di ferro e, venendo dall’ombra dell’interno, rimasi quasi accecato dall’improvviso biancore abbagliante. Sotto di me c’era il burrone; davanti, senza che nulla si frapponesse allo sguardo, l’infinita distesa delle argille aride, senza un segno di vita umana, ondulanti nel sole a perdita d’occhio, fin dove, lontanissime, parevano sciogliersi nel cielo bianco”.

Apriamo oggi una finestra, una qualunque finestrina di legno sconquassato dall’interno di una delle molteplici dimore di pietra con ringhiere di ferro intrecciato di cui il paese è disseminato; osserviamo i panorami, i colori, i calanchi, le valli; sembreranno ancora quadri dipinti ispirati alle pagine del testo.
“… questa strana e scoscesa configurazione del terreno fa di Gagliano una specie di fortezza naturale, da cui non si esce che per vie obbligate”.

Aliano è ancora oggi isolato tra le creste dei suoi burroni e sebbene i “sentieri” descritti da Levi siano stati attualmente asfaltati, l’impressione di inoppugnabilità che si prova osservando il paese dalla valle, conferisce al luogo un’aria misteriosa ed austera che stimola la curiosità ed invita alla sua graduale scoperta.

“… ed ogni intorno altra argilla bianca senz’alberi e senz’erba, scavata dalle acque in buche, in coni, piagge di aspetto maligno; come un paesaggio lunare… e da ogni parte non c’erano che precipizi di argilla bianca, su cui le case stavano come librate nell’aria”.

Il paesaggio collinare che circonda Aliano è così suggestivo che si stenta a distaccarsene senza provare una forte nostalgia. E’ il “Genius loci” che pervade il visitatore e lo attira come d’incanto verso le aride distese del deserto alla ricerca di qualcosa che si muova, di un rumore o di un’eco remota.

Cenni storici

Etimo – Il primo nome, di cui si ha notizia, è Praedium Allium: il paese dunque, sarebbe sorto sui possedimenti di un nobile romano Allius. La prima notizia certa dell’esistenza di Aliano è contenuta in due bolle, rispettivamente del 1060 e del 1123, in cui si legge che il feudo dipendeva spiritualmente dal vescovo di Tricarico. Durante il periodo normanno, nel 1160, Aliano, feudo da tre militi faceva parte dei possedimenti di Givano Rossi signore di Montepeloso.
Nel 1269, in epoca angioina, fu possedimento di Giovanni Bricaldo, consigliere di Carlo I D’angiò. Fino al 1310 Aliano fù proprietà di Guglielmo Bolardo, il quale ottenne di poterlo assegnare ai figli di secondo letto.

Da questo momento in poi, per oltre un secolo, passò nelle mani di diversi signori feudali, alcuni dei quali lo perdettero in quanto dichiarati ribelli. Tra questi, Giovannello di Fuscaldo, a cui subentrò Giacomo Gaetani. Successivamente il feudo passò alla potente famiglia dei Sanseverino. Roberto Sanseverino, nel 1382, diede in ipoteca il feudo di Aliano, insieme ad altri suoi possedimenti, per poter affrontare le spese di matrimonio della figlia Margherita.

In seguito venne confiscato al ribelle Micheletto Sforza di Cotignola,, e affidato a Innigo Guevara, conte di Ariano e marchese del Vasto ( nello stesso periodo, siamo nel 1445 , Alianello è di proprietà di Oliva De Attendalis). Innigo vendette Aliano a Guglielmo della Marra, già signore di Alianello. Questi, nel 1452 ricevette da Alfonso il Magnanimo, “ per i gran meriti, che si aveva fatti” il titolo di conte di Aliano e di Alianello. Gugliemo, che aveva sposato Polissena Sanseverino, successe il figlio Eligio, principe di Stigliano, il quale , morte senza prole nel 1517, lasciò i suoi beni al nipote Antonio Carafa de Marra. Ai Carafa subentrarono, nel 1631, i Gusman, per il matrimonio di Anna Carafa, (la cui dote, valutata in un milione e mezzo di ducati e settecentomila di mobili, fu la più alta d’Europa) e Ramiro de Gusman, duca di Medina Las Torres, viceré di Napoli.

Il periodo passato sotto la dominazione della viceregina fu particolarmente triste per Aliano, data la particolare abilità della stessa nell’escogitare balzelli e nuove tasse da far pagare ai sudditi. Alla sua morte, avvenuta senza il confronto del marito e degli altri familiari, a causa di una malattia ripugnante, il feudo passò, nel 1644, a Nicola Carafa de Gusman, che allora aveva cinque anni. Morto anche questi senza eredi, il feudo ritornò alla regia Corte che vendette per 122.000 ducati lo stato di Stigliano (comprendente Aliano, Alianello, Sant’Arcangelo e Roccanova) a Donna Olinda Piccolomini, marchese di Castelnuovo.

Rimasero così estinti i titoli di principi di Stigliano e conte di Aliano. Deceduta donna Olinda nel 1708, ereditò tutti i beni la figlia Giovanna , sposa di Giuliano Colonna, la quale, otto anni dopo, morì, lasciando i feudi in eredità al figlio Ferdinando Colonna. I colonna, insieme ai Carafa, ebbero il titolo di principi di Aliano, di cui rimasero signori fino alle leggi eversive della feudalità. A Ferdinando Colonna ,o a Eligio della Marra, viene attribuita la leggenda dell’uccisione del drago, molto nota ad Aliano e ad Alianello, riportata da Carlo Levi nelle pagine del Cristo si è fermato a Eboli. Proprio a Carlo Levi, qui confinato dal regime fascista, nel periodo tra il 1935 e il 1936, si deve la fama del paese, descritta nel romanzo col nome di Gagliano.