Un nuovo umanesimo delle montagne

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Franco Arminio: «Un nuovo umanesimo delle montagne»

L’arcaico e la modernità insieme. Il paese come luogo aperto a nuove immaginazioni e non come ripiegamento nostalgico. Il poeta e scrittore Franco Arminio racconta come far crescere «un’economia dolce e comunitaria, antidoto alla miseria spirituale».

Difficile portare i turisti nei paesi dell’Italia interna. Ci vogliono nuovi residenti. Non ne servono neppure tanti, ma devono essere residenti “forti”. Che significa? Significa persone che vengono nei paesi a fare la loro vita, non a finirla. Significa persone che riprendono dai margini la sfida all’impensato. Il paese non come luogo dove tirare i remi in barca, ma come luogo di apertura a nuove immaginazioni. Non un luogo di un ripiegamento nostalgico, ma sagra del futuro. L’arcaico più arcaico e la modernità più avanzata che procedono insieme e danno ai paesi una forza che non hanno mai avuto. Poesia e politica, azione e contemplazione, intimità e distanza. Quello che era separato si intreccia, si mette assieme senza avere mete predefinite. Non è il caso di parlare di sviluppo e neppure di decrescita. Ogni luogo produce una sua idea dell’abitare. Non ci sono parole taumaturgiche. La salvezza non è la comunità, ma non è neppure la tecnologia. Bisogna usare quello che abbiamo e anche quello che non abbiamo. Bisogna usare un’idea della vita e anche un’idea della morte.

Cosa significano queste parole rispetto a quello che deve fare la politica? Come si deve lavorare per destinare i fondi comunitari disponibili da qui al 2020? Il punto di partenza non sono i progetti. Il punto di partenza è sostenere le nuove residenze, sostenere chi si sposta nell’Italia interna, portando in quei luoghi il proprio ingegno. Può essere un caseificio o un’agenzia pubblicitaria, l’importante è che ci sia un lavoro vero. L’importante è che il modello non sia la modernità incivile che ha distrutto gran parte dell’Italia negli ultimi decenni. I piccoli paesi dell’Italia interna non sono luoghi da far diventare come il resto dell’Italia. Non vanno visti come luoghi da riempire. Se il modello è portare lo sviluppo che abbiamo conosciuto fin qui, è meglio che questi luoghi siano del tutto abbandonati. L’incuria per molti aspetti rischia di essere meno dannosa della politica.

Bisogna investire sulla gomma più che sulla matita. I piccoli paesi non hanno bisogno di nuove strade, di nuove piazze, di nuovi lampioni, di nuove panchine. Hanno bisogno di produrre latte e uova, hanno bisogno di giovani che lavorano la terra. Bisogna incoraggiare nuove forme di artigianato, bisogna incoraggiare le cooperative di comunità. Non è importante essere in pochi o in molti, ma come le persone organizzano la loro vita. Nei piccoli paesi occorre avviare politiche che congedino il modello consumista e individualista. Gli obiettivi non devono essere misurabili in chiave strettamente economica. Un’economia dolce e comunitaria può essere un buon antidoto alla crescente miseria spirituale. L’Italia si salva se si salva l’Italia interna. Bisogna finanziare i germi di una nuova civiltà, quella che io chiamo nuovo umanesimo delle montagne. Non si può continuare a finanziare la distruzione del paesaggio, non si può guardare all’Appennino come un luogo da omologare all’Italia delle pianure (che appare sempre più una grande garage di macchine e palazzi, di carcasse e carne).

http://www.left.it/2014/08/21/franco-arminio-nuovo-umanesimo-delle-montagne/17283/

Ad Aliano un festival tra luna e calanchi

Tre giorni in cui il sud creativo prova a essere corale. Un festival di poesia, lettura e canti con oltre cento ospiti.

“A fine agosto ad Aliano c’è una comunità che si crea e poi si dissolve. Non è un disegno, non è una rivoluzione, è una festa in cui è lecito mettere assieme anche i dubbi e gli affanni”.

Così il paesologo Franco Arminio annuncia l’avvio del festival “La Luna e i Calanchi” che si terrà ad Aliano, in provincia di Matera:

“Un festival lieto e dolente – spiega Arminio – per chi non vuole dissolvere misteri con l’abbaglio della ragione, per chi non vuole irrigare il mondo con le proprie opinioni, ma vuole solo guardarlo. Suonare, scrivere poesie, fare film non serve a niente. Solo se capiamo questo possiamo suonare bene, scrivere buone poesie, fare bei film. Ad Aliano la poesia esce dalla pagina, la musica dallo spartito, il cinema dalla pellicola. Non esiste più la letteratura, non esiste più la musica, non esiste più il cinema.

C’è un unico grande spazio in cui avviene tutto, una fornicazione universale delle anime. In questo spazio confuso e convulso bisogna sapersi scegliere i vicini, sapere che facilmente diventano nemici. Gli esseri umani e i luoghi ogni giorno ci danno scene diverse, la mutazione non è più dei secoli ma dei minuti. E allora non ha senso un festival che onora un’arte, non ha senso un festival che organizza la distrazione degli schiavi per poi riportarli al lavoro. Ci vuole una storia più semplice – conclude Arminio – ritrovarsi con lo smarrimento e con lo sfinimento in cui siamo. E leggere, suonare, filmare, farlo perché non serve a niente”.

La forza della poesia e la forza del luogo, l’idea che bisogna partire da una fonte che sia nostra, ecco Aliano, ecco non una carrellata di grandi artisti, ma un’esperienza aperta all’impensato, una tre giorni di cose intime e di passioni civili.

Tre giorni in cui il sud creativo prova anche a essere un sud corale. Un festival leopardiano, una serena obiezione alla modernità incivile. Ci saranno oltre cento ospiti e almeno duecento visitatori provenienti da tutta Italia. Ad Aliano c’è un’altra idea di pubblico. Non spettatori, ma turisti della clemenza, attori di una rivoluzione lieta, senza ire. Ad Aliano ci congediamo dal vecchio secolo, entriamo nell’epoca dei luoghi, indichiamo un piccolo paese come capitale di un grande sogno: l’Italia come luogo di raduno degli spiriti insofferenti alla dittatura dell’economia. Abbiamo bisogno di partire da un posto preciso. Fare comunità, anche se comunità provvisorie. E rompere gli steccati delle discipline, rompere la grande separazione della politica dalla poesia. Per questo avremo insieme Fabrizio Barca e Antonio Infantino, Franco Cassano e Rocco Papaleo, Ulderico Pesce e Piero Bevilacqua, Vito Teti e Andrea Di Consoli, Francesco Erbani e Daniele Sepe, Rocco De Rosa e Franco Arminio. La festa della paesologia non ha bisogno di proclami, è un racconto senza approdi predefiniti. Andiamo, andiamo insieme ad Aliano. Andiamo nel calanchi piuttosto che infilarci al casello del pensiero unico. La nostra chimera non è la crescita, la nostra chimera è la poesia

Programma 2014

Scarica il programma La Luna e i Calanchi 2014 in PDF

Aliano, 21/24 agosto 2014

Edizione in memoria di Luigi Scelzi (1975-2014)

Martedì, 19 agosto 2014

Anteprima Festival
21.30, Piazza Garibaldi
Aspettando la luna e i calanchi
Pino Quartullo in I lunatici o i viaggiatori sulla luna

Giovedì, 21 agosto 2014

16.00 , Casa di Carlo Levi
Note di avvio in memoria di Luigi Scelzi
Franco Arminio, Luigi De Lorenzo
Canti e suoni dalla terrazza di Carlo Levi
Pasquale Innarella, Carmine Ioanna, Caterina Pontrandolfo

17.00
Passeggiata comunitaria nei calanchi
con canti, poesie, narrazioni
Egidia Bruno, Luigi Cinque, Alessandro D’Alessandro, Giuliana De Donno, Iaia Forte, Carmine Ioanna, Nadia Kibout, Antonio Petrocelli, Gloria Pomardi, Fabrizio Saccomanno, Terrae

21.30, Piazza Garibaldi
Concerti per Aliano
Terrae, Frammenti acustici

22.00, Piazza Garibaldi
Concerti per Aliano
Il parto delle nuvole pesanti

23.00, Piazzetta Panevino
Le regole dello sguardo
Roberta Bertozzi, Antonella Bukovatz, Aurora Castro, Giulia Chianese, Ludovica De Vincenzi, Valentina Diana, Claudia Fofi, Carmen Gallo, Giovanna Iorio, Silvana Kuhtz, Franca Mancinelli, Susanna Mendoza, Maria Grazia Palazzo, Anna Petrungaro, Gilda Policastro, Cecilia Resio, Benedetta Ricci, Rossella Tempesta, Annalisa Teodorani

1.00, Piazza Garibaldi
Concerti per Aliano
Marichka Connection

1.30, Auditorium
Il giorno della lettera
di Pasquale Marino
Transeurope Hotel
concerto e film di Luigi Cinque
Il segreto
di Cyop&Caf

Venerdì, 22 agosto 2014

10.00, Auditorium
Residenze artistiche in Basilicata
Franco Arminio, Rocco Calandriello, Luigi De Lorenzo, Massimo Lovisco, Antonio Nicoletti, Ulderico Pesce, Liliana Santoro, Maria Carmela Toce

11.00, Casa di Carlo Levi
Letture di mezzogiorno
Casa d’altri di Silvio D’Arzo, letto da Stefano Costanzi

12.00, Auditorium
Se i calanchi potessero parlare…
150 anni di menzogne
Presentazione del libro di Maria De Lorenzo
con Franco Arminio, Vito De Filippo, Luigi De Lorenzo

15.00/19.00, Auditorium
Parlamenti comunitari
Paolo Albera, Deni Bianco, Egidia Bruno, Francesca Catarci, Mariangela Contursi, Grazia Coppola, Cyop&Kaf, Sante Cutecchia, Antonio De Luca, Antonio De Rosa, Rocco De Rosa, Nicola De Salvo, Andrea Di Consoli, Nicola Di Croce, Mario Festa, Raffaella Fiorini, Adele Fusco, Antonio Infantino, Pasquale Innarella, Mariantonietta Ippolito, Silvia La Ferrara, Canio Loguercio, Enrico Minasso, Mauro Minervino, Anna Palumbo, Gianfranco Pannone, Tonino Perna, Giampiero Perri, Ulderico Pesce, Antonio Petrocelli, Luca Rando, Giuseppe Rubilotta, Giulio Rimondi, Andrea Semplici, Ute Sussbrich, Marcello Tagliente, Imma Tessitore

17.00
Passeggiate intorno al paese in cerca di alberi/uomini e donne/radici
Tiziano Fratus

18.00, Cortile Palazzo Colonna
Fimmine, fimmine. Il teatro della vita
presentazione libro e video, con Caterina Pontrandolfo, Maira Marzioni, Assunta Zecca

19.00, Cortile Palazzo Colonna
Senza voce. Storia di ciccilla, briganta si e santa no
di Valentina Diana, regia Silvia Lodi, con Silvia Lodi e Leone Marco Bartolo. Principio attivo teatro

19.00, Casa di Carlo Levi
Canto al tramonto
Claudia Fofi
Un esperimento per far nascere un canto e dimenticarlo dopo averlo cantato, aperto a tutti, maschi femmine bambini vecchi.

21.00, Piazzetta Panevino
W l’italia.it… Noi non sapevamo
di Egidia Bruno e Marie Belotti, con Egidia Bruno

21.30, Piazzetta Panevino
Interno familiare
da Il mare non bagna Napoli. Iaia Forte legge Anna Maria Ortese

22.30, Piazzetta Panevino
21 anni in 21 minuti. mi Rifiuto di chiamarla Emergenza
di Edoardo Ammendola, Gabriella Galbiati, Nicola Laieta

23.00, Piazza Garibaldi
Concerto per Aliano
O rom

24.00, Piazza Garibaldi
Concerto per Aliano
Cicuta quartet

1.00, Piazzetta Panevino
Concerto per Aliano
Renanera

2.00, Auditorium
Letture, visioni e parlamenti intimi fino all’alba
Francesca Catarci, Andrea D’Ambrosio, Rocco De Rosa, Francesco Dongiovanni, Antonello Faretta, Tiziano Fratus, Aurelio Donato Giordano, Roberto Linzalone, Matteo Martone, Antonello Matarazzo, Fucina Monteleone, Carlo Peluso, Raffaella Rose, Chiara Idrusa Scrimieri, Luca Tognacci

Sabato, 23 agosto 2014

10.00, Alianello
Passeggiata
con Carmen Pellegrino, abbandonologa

10.00, Casa di Carlo Levi
Demoni di mezzogiorno
Lectio di Francesco Saverio Sasso

11.00, Casa di Carlo Levi
Mappa del Mediterraneo / Carta d’imbarco
Antoine Cassar, Biagio Lieti

11.00/20.00
Concerti ambulanti
Musica Lucanìa

12.00, Piazza Garibaldi
Aliano saluta Matera 2019
Luigi De Lorenzo, Sindaco di Aliano
Salvatore Adduce, Sindaco di Matera

15.00/18.00, Auditorium
Parlamenti comunitari
Sandro Abruzzese, Irene Balducci, Livio Borriello, Marianna Borriello, Biancamaria Bruno, Antonello Caporale, Valeria Castellano, Angelo Castelluccio, Andrea Costantino, Salvatore D’Angelo, Franco De Cillis, Mauro De Cillis, Egidio De Stefano, Francesco Erbani, Francesco Escalona, Francesco Fodarella, Pietro Lacorazza, Eugenio Lorenzano, Deborah Lucchetti, Mario Lusi, Luciano Malanga, Mauro Marino, Monica Martinelli, Angelo Mastrandrea, Luigi Mesisca, Fabio Nigro, Francesco Nigro, Carmen Pellegrino, Paolo Piacentini, Jonathan Pierini, Stefano Pisani, Timothy Raeymaekers, Marta Ragozzino, Graziana Roscigno, Concetta Russo, Franco Salcuni, Mario Salzarulo, Antonio Santoro, Vincenzo Santoro, Giuseppe Sciretta, Luca Tricarico, Francesco Ventura, Paolo Verri

18.00, Cortile Palazzo Colonna
Letture per Aliano
I quattro fratelli Scardaccione

18.00, Auditorium
Lavorare con lentezza
Presentazione del libro su Enzo Del Re, con Antonio Infantino, Andrea Satta, Timisoara Pinto

19.00, Cortile Palazzo Colonna
Altroteatro
Ritorno in paese. Appunti di un viaggio in un cortile
con Livio e Manfredi Arminio, Eugenio Nocciolini, Caterina Pontrandolfo, Benedetta Tosi
Testi di Franco Arminio, Eliana Petrizzi, Amelia Rosselli, Rocco Scotellaro

19.00, Piazza San Luigi
Le disobbedienti. Teatro-danza
a cura di Angela Calia e Nadia Casamassima

21.00, Anfiteatro
Pregiudizi convergenti
Antonella Stefanucci, monologo tratto da un’opera di Domenico Ciruzzi

21.30, Anfiteatro
Il poeta d’alluminio
teatro di Ulderico Pesce, tratto da testi di Franco Arminio

22.30, Piazza Garibaldi
Premio alla carriera ad Antonio Infantino

23.30, Piazza Garibaldi
Concerto per Aliano
Rosapaeda

1.00, Auditorium
Pollino79
concerto e documentario di Luigi Cinque
Poesia bianca
Il cinema di Simone Massi
Ma che storia…
Le pietre della Basilicata
due film di Gianfranco Pannone

1.30, Piazzetta Panevino
Poeti verso la Puglia
Vittorino Curci, Raffaele Niro, Ilaria Seclì, Giuseppe Semeraro, Pasquale Vitagliano

2.30, Piazzetta Panevino
Concerti per Aliano
Musica Lucanìa
Aedo

3.30, Piazzetta Panevino
Canti, storie, letture, monologhi e altri deliri
Francesca Ambrosio, Nando Brusco, Gaetano Calabrese, Francesco D’Onofrio, Gianni Iasimone, Vincenzo Libonati, Francesco Lomonaco, Angelo Maddalena, Francesco Sigillino, Marcello Tosi

5.00, Casa di Carlo Levi
Arpa all’alba
Giuliana De Donno
Venezia non esiste
Nazim comunale
L’alba giusta
Vito Maria La Forgia

6.00, Casa di Carlo Levi
Canzoniere dell’ansia
Franco Arminio e Alfonso Guida

6.30, Cimitero di Aliano
Letture per don Carlo
Andrea Di Consoli

Domenica, 24 agosto 2014

10.00, Casa di Carlo Levi
Dello sradicamento e di altre afflizioni contemporanee
Francesca Romana Recchia Luciani

11.00, Auditorium
Paura della libertà
Presentazione del libro con un inedito di Carlo Levi
a cura di Paolo Saggese, con Rocco Brancati, Vito Angelo Colangelo, Vito De Filippo,
Luigi De Lorenzo, Don Pierino Dilenge

15.00/19.00, Auditorium
Parlamenti comunitari
Salvatore Adduce, Pino Aprile, Fabrizio Barca, Piero Bevilacqua, Sergio Blasi, Filippo Bubbico, Luisa Cavaliere, Mimmo Cersosimo, Vito De Filippo, Vezio De Lucia, Luigi De Lorenzo, Stanislao De Marsanich, Marco Esposito, Cosimo Latronico, Pietro Laureano, Laura Marchetti, Salvatore Margiotta, Mimmo Nicoletti, Pasquale Persico, Franco Piperno, Gianni Pittella, Marcello Pittella, Cristiano Re, Marta Ragozzino, Isaia Sales, Mariano Schiavone, Vito Teti, Raffaele Vescera

18.00, Cortile Palazzo Colonna
Ultime atlantidi
Performance di canti di tradizione orale a cura di Caterina Pontrandolfo

19.00, Cortile Palazzo Colonna
Jancu . Un paese vuol dire
di e con Fabrizio Saccomanno

21.30, Piazzetta Panevino
Un paese ci vuole, anzi due
Franco Arminio, Rocco Papaleo, Guerino Rondolone

22.30, Piazza Garibaldi
Concerto per Aliano
Canzoniere grecanico salentino

24.00, Piazzetta Panevino
Concerto per Aliano
Alessandro D’Alessandro e Canio Lo Guercio

1.00, Auditorium
Solo
Carmine Ioanna
1.30, Auditorium
Concerto per Aliano
Bruno Bavota

2.00, Auditorium
Quattro canzoni e quattro poesie
di Claudia Fofi, accompagnate da Rocco de Rosa

2.30, Auditorium
Sonoaria
Rocco De Rosa

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Laboratori e performance

Osservazioni del cielo / Franco Piperno
Le disobbedienti. Teatro-danza / a cura di Angela Calia e Nadia Casamassima
Poesia in azione / Silvana Kuhtz
Autoritratto ricostruito / Federica Cerami
La cameriera di poesia / Claudia Fabris
Esercizi di sinestesia / Elvira Fraccalvieri
Caffè filosofico / Leonardo Festa
Esercizio di fantasiologia / Massimo Gerardo Carrese
Italia Senza Tempo / Angelo Chiacchio, Walter Molfese, Ilaria Navarra
Meravigliosa grafologia cinese / Davide Vona
Cosa resta della nostra natura selvaggia / Tiziana Luciani
Letture a bassa voce / Alessandra Battaglia
Sulle antiche vie dei pastori / Mimmo Cecere
Danza limpida / Adriana Borriello
Maschere alianesi / Nicola Toce

Azioni artistiche permanenti

Pietrantonio Arminio, Deni Bianco e Francesco Lippolis, Cyop&Kaf

Installazioni e mostre

Maria Cristina Ballestracci, Roberto Campoli, Lorenzo Casali, Mario Carbone, Antonio De Luca, Franco Lancio, Federica Massaro, Rocco Scattino, Ugo Simeone, Maria Grazia Tata

Scuole provvisorie

Fotografia 1 / Enrico Minasso
Fotografia 2 / Giulio Rimondi
Cinema 1 / Gianfranco Pannone
Cinema 2 / Francesca Catarci
Scultura / Antonio De Luca
Canto / Caterina Pontrandolfo
Musica / Pasquale Innarella

Proposte

Tutte le sere in Piazza San Luigi
Resistenza gastrofonica viaggiante
Un carrello-cucina, un westfalia, patate e farina che lavorandoli diventano gnocchi, suoni che si intrecciano agli odori.

tutte le sere

Paese provvisorio
Collettivo paesologi sentimentali. Installazione e performance
Il paese provvisorio è fondato sul dono incondizionato e incoraggia la scoperta delle risorse individuali, dà valore ai luoghi e all’interazione e alla collaborazione creativa. Rispetta l’ambiente e si impegna a cancellare ogni traccia fisica delle proprie attività, cercando il più possibile di lasciare il luogo in condizioni migliori di quelle trovate. Tutti i paesologi sentimentali sono invitati a lavorare e a giocare rendendo reale questo mondo con azioni a cuore aperto.

Casa dell’americano

Caffè con l’autore
Ogni giorno per il dopo festival le inquiline della casa ospitano un reading di uno scrittore. Con Antonella Bukovaz, Peppe Lanzetta, Canio Loguercio

Calanchi ON MY MIND

DI FRANCO ARMINIO – il manifesto 2013.09.19

Note a margine del festival di paesologia nel paese dove il fascismo confinò Carlo Levi. Con un occhio all’attualità e un altro sui grandi temi dell’umanità: la vita, la morte, la rivoluzione
Scrivo dal computer di una sala ministeriale, Aliano sembra lontanissimo, ma io me lo porto dietro, come mi porto dietro gli ubriachi che sputavano e bestemmiavano dentro l’osteria di mio padre, e poi le partite a pallone, i passeri nella neve, gli incontri infelici, il fatto che c’è il cielo e i buchi neri, il fatto che pure stanotte non ho dormito, non so se sono io a puntare l’infinito o è lui ad aver puntato me, e poi gli imbrogli della psicologia, la baracca dell’io e del mio, la baracca di essere qualcuno, l’unghia annerita dell’orgoglio. Mi piace stamattina prima della disciplina di una tavola rotonda in cui sarò l’unico a non avere la cravatta, mi piace dire che non mi fido della vita, che sto qui per trovare un’altra cosa, non mi fido della natura delle cose e neppure dell’artificio, non credo alle persone e neppure alla società, vorrei sfilare un filo dal mistero in cui siamo immersi e guardarlo insieme a qualcuno, senza pensare di risolvere qualcosa. Ad Aliano per un poco forse ci siamo riusciti. Ma adesso sono già altre giornate, la noia che governa il mondo porta ognuno ai suoi caselli. Attraversiamolo questo mondo con parole antiche o mai udite, non con il mesto mormorio dei nostri giorni. Delirate cari amici, delirate con calma, allontaniamoci dal principio del piacere e da quello della realtà, dal bene e dal male, siate vermi e siate oceano, se possibile.
Geografi, economisti, giuristi, un sottosegretario e un paesologo. Si discute di come ridisegnare le regioni. Io ci credo al fatto che l’Italia debba essere disunita, è la nostra forza. Mi piace che l’Irpinia d’Oriente non faccia più parte della Campania, mi piace che Foggia e Lecce stiano in due regioni diverse. Il contributo che vorrei portare a questa discussione è che bisogna trovare il modo di riportare gli italiani nell’Italia interna. Svuotare le coste e le pianure non mi pare sia nella testa di nessuno dei politici in circolazione. A me sembra una cosa essenziale.
I corpi sono luoghi. Si può fare turismo, residenza o paesologia.
Per il canone rinascimentale Firenze è più bella di Aliano. Per il canone paesologico Aliano e Firenze sono luoghi diversi della bellezza.
Parlo di Aliano come se tutti sapessero dove sta e cosa è accaduto alla fine di agosto, come se un festival di paesologia potesse essere sulla bocca di tutti. Ora non ho voglia di parlare di chi ha parlato, di chi ha suonato, di chi semplicemente è venuto a vedere il paesaggio.
Si cerca l’amore. Si trovano intimità provvisorie.
Oggi a Urbino nella mia conferenza dirò che ci vuole una lingua bassa, semplice, umile, ma l’ambizione deve essere altissima. Non mi interessa essere uno del mondo della poesia ma che la poesia governi il mondo assieme alla politica. Una conferenza delirante.
Ragazzi, ragazzi di una grande nazione, questi ancora parlano di Berlusconi. Dateci un autunno poetico e rivoluzionario…
Urbino è bella ma ha già parlato. Ora è il tempo dei luoghi sperduti e affranti. La vita si è ritirata da quelle parti. Andatela a cercare. Vi aspetta.
La morte di Daniela mi conferma che la vita è inaffidabile. Nascere è un lusso assurdo.
Il mio amico Luciano tre anni fa aveva un padre, una madre e una sposa.
Guardatevi intorno, c’è qualcuno che ha bisogno di una parola buona. E ditela senza indugi.
I romani, i longobardi, la peste, l’Unità d’Italia, l’emigrazione, la Democrazia Cristiana, il terremoto, la Democrazia Cristiana. Cosa vuoi di più dalla sventura, mia cara Irpinia?
Quando viene qualcuno che vuole fare una tesi sul mio lavoro mi accorgo che, almeno quantitativamente, è un lavoro sterminato. Oggi una ragazza mi diceva che voleva concentrarsi sui miei articoli, ma ne ho scritti un numero pazzesco. C’è stato un lungo momento che sui giornali locali ne usciva uno al giorno. Sul letto di morte mi pentirò amaramente di aver scritto tanto. Un po’ me ne pento già adesso.
Oggi è finita l’estate, tempo fa è finito il mondo.
I parlamenti sull’Italia interna ad Aliano: interventi bellissimi, affidati alla memoria di chi c’era. Mi ha molto colpito l’intervento di Franco Cassano. Non pensavo che considerasse tanto cruciale il mio lavoro.
A Capistrello, a metà tra Pescara e Roma, un grande paese con tanta campagna intorno, accade una cosa incredibile: c’è una sola persona che vive di agricoltura. So anche il nome, si chiama Vinicio.
Il mio paese è un luogo disperato. Aveva senso abitarci quando credevo alla disperazione. Ora credo alla rivoluzione, a mio modo sto facendo la rivoluzione, e qui pensano solo ancora alla disperazione, una disperazione accidiosa, senza futuro.
Ci vuole una nuova guida ai luoghi belli d’Italia. Al vecchio canone: Venezia, Firenze, Roma, io aggiungo il canone paesologico: Aliano, Senerchia, Greci, tanto per dire tre delle mille perle sparse sull’Appennino.
A scuola le maestre sono nervose già prima di cominciare l’anno con gli allievi.
Ad Aliano è andata in scena la voglia di uscire dall’autismo corale. Che mondo possiamo avere fuori dal capitalismo? Non lo sappiamo. Ma intanto è il caso di farsi domande di questo tipo. Il capitalismo è morto, come certe stelle lontane, ma ci arriva ancora la sua luce.
Una cena in cui c’è più di un poeta quasi mai è una cena lirica (è successo qualche sera fa a Urbino).
Nella testa delle persone settembre è un casino. Finita la ricreazione di agosto si riprende contatto con la delusione del mondo. Pensate ai ragazzi e alle fatiche universitarie, fatte quasi senza prospettive. Pensate agli amori che hanno sempre più il movimento del pendolo. Pensate ai tumori che arrivano come una volta arrivavano i raffreddori. Settembre dovrebbe essere il mese per avviare la rivoluzione e invece è tutto un giro nel nervosismo e nella guerra tra gli individui, specie se della stessa famiglia. Davvero non vedo altra soluzione che lo slancio rivoluzionario. Guarirebbe noi stessi prima che il mondo.
Il sesso è finito, il sesso accadeva quando non c’era, adesso il sesso c’è sempre, adesso il sesso rimane vivo solo come un incidente. Il discorso è vago.
Nulla resiste. Anche il nulla vacilla.
In principio erano le grandi montagne dell’Abruzzo, le pecore e i pastori. Alla fine gli uffici e le palazzine di Pescara. Dalla transumanza alla noncuranza.
Il mondo non s’infiamma e io sto bene solo quando il mondo s’infiamma.
Pensare il Sud, pensarlo unendo la militanza lirica e quella civile. Questo abbiamo fatto ad Aliano, in un clima festosamente pensoso.
La condizione morale e intellettuale degli insegnanti sarebbe un argomento da prima serata. E invece stanno parlando di Berlusconi.
Fatto giro nel paese con mio figlio Livio. La grande desolazione delle sere invernali che durerà fino a giugno. Quelli che sono rimasti sono davanti ai televisori dopo il campeggio in piazza del mese di agosto. Da agosto a settembre si passa in pochi giorni dal villaggio turistico al cimitero.
La politica non capisce un cazzo di cosa sono oggi i paesi e di come bisogna usarli.
Non è possibile che si parli ancora di Berlusconi e poi c’è un paese in Abruzzo con 200 ragazzi drogati e una marea di alcolisti e tanti dipendenti dalle slot machine, un paese in cui non c’è una sola casa che sia uguale all’altra, un blob dell’urbanistica, l’apoteosi dell’autismo architettonico.
Non è possibile che nei paesi ci siano medici accidiosi e gente che si ammala senza che nessuno se ne prenda cura.
Non è possibile che si chiudano le ferrovie e non si riparino le buche sulle strade provinciale.
Nessuno pensa a impostare politiche per i paesi e le montagne, come se l’Italia fosse solo una città e solo una pianura.
Alla fine degli anni settanta baciavi una donna e poi se ne riparlava dopo tre mesi, avevi tutto il tempo per pensarci a quel bacio. A quei tempi avevo delle amiche che uscivano alle sette e rincasavano alle sette e un quarto.
Quello che facciamo, quello che ognuno di noi fa, è sempre assolutamente incomprensibile e sempre scambiato per qualcos’altro. Bisogna partire serenamente da qui. Dal suicidio all’euforia ogni scelta è plausibile.
So che avrei pagato la felicità delle giornate alianesi e la sto pagando. Dopo quelle giornate ho pensato per un attimo che si potesse saltare qualche passaggio e invece la trafila per uscire dall’autismo corale è lunga e penosa. Io devo imparare l’arte della pazienza, ma senza perdere il sentimento dell’urgenza: è un momento cruciale, bisogna uscire adesso dalla palude, bisogna farlo adesso, lo spiraglio che si è aperto potrebbe richiudersi.
Oggi era bellissima Napoli e poi quando sono approdato a Lacedonia ho trovato bellissima anche Lacedonia. A volte mi sembra veramente che dio è nei luoghi, ma non nel senso che dio è in ogni luogo.
Ad Aliano abbiamo dimostrato che politica e poesia possono avere almeno qualche forma di adiacenza. Non è ancora un dialogo, ma abbiamo avuto il coraggio di tenerle vicine. La poesia che sta solo con la poesia non ha molto senso e così pure la politica che sta solo con la politica. La paesologia è la mescolanza di poesia e impegno civile.
Si pensa che ci siano i sentimenti e poi la lingua sia il mezzo per esprimerli.
La mia sensazione è che la lingua formi dei sentimenti per potersi esprimere. Detto altrimenti. L’amore è una zona della lingua e pure l’amicizia è una zona della lingua. Se non capiamo questa cosa assisteremo al naufragio implacabile dei nostri amori e delle nostre amicizie. La lingua non è uno strumento per gestire le relazioni con il mondo. Semplicemente le relazioni con il mondo sono modi della lingua.
Quando c’era la comunità leggere era un modo di appartarsi con lo scrittore. Oggi più che leggere abbiamo bisogno di luoghi in cui stare insieme a delle persone. Per questo i libri non vendono e invece ai festival ci sono tante persone. Il festival della paesologia ad Aliano in fondo era un’impresa facile: un paese inattuale, grandi musicisti, poeti e pensatori, una miscela che accende subito un senso di benessere.
Il luogo è il libro e noi che ci scriviamo dentro.
Tra Renzi e Grillo c’è qualcos’altro, ci sono pensieri, poesie, lavori, c’è tanto mondo, tanta vita. Il mistero è che dentro le urne rischia di non esserci traccia di questo mondo. Forse è il caso di pensarci da subito.
Mi sembra che ci siamo tutti già conosciuti e lasciati, sembra che ogni dialogo sia postumo. Non ci sono più gli incontri umani di una volta, adesso gli incontri cominciano dal ricordo della fine.
L’innocenza, l’ingenuità, la semplicità possono avere il gusto della vertigine e quello della palude. Bisogna valutare caso per caso.
Alcune persone pensano che un dialogo sia una collezione di frasi suggestive. Una persona che dice frasi suggestive in continuazione a un certo punto ci stanca. Un dialogo non può fare a meno del corpo, anche a distanza c’è bisogno del corpo. Nelle lettere di certe grandi scrittrici dell’ottocento si sente bene il corpo, anche quando l’incontro non avviene.
Prima pensavo di saper scrivere ma mi sentivo incapace di leggere in pubblico e di parlare in pubblico. Adesso mi sembra di saper parlare in pubblico ma sento di essere ancora incapace di leggere in pubblico. A volte mi succede anche che leggo bene, ma non è una cosa che so fare sempre, accade solo in condizioni speciali. Quanto allo scrivere non so se ancora so scrivere. Diciamo che uso uno stile che ho appreso tempo fa. Con la parola orale invece sento più freschezza, quando parlo sento che ho imparato da poco a parlare e questo mi piace. Per sentire ancora di scrivere bene devo dimenticarmi di saper scrivere.
Morire uno alla volta come da sempre avviene senza la gioia di morire per sempre e finalmente tutti assieme.
Non mi sono mai dimenticato. Chiamatelo egoismo se vi pare, ma è questa la mia impresa: non essere mai uscito a vivere la vita, vederla da qui, da non so dove.
La morte è dentro la poesia. La poesia non riesce a entrare dentro la morte. La sua gloria è la potenza di questo perenne fallimento.
Se tutti ci capissero perfettamente la vita si fermerebbe. non avrebbe più senso cercare altre persone. In effetti la nostra fortuna è che non ci capisce quasi nessuno. E se qualcuno ci capisce siamo noi a non capirlo. Canetti aveva ragione quando diceva che si tratta solo di capire per chi ci scambiano.
Sono stato tutto il giorno nella rete oppure al telefono, ma ho avuto tempo di vedere per qualche minuto il fratellastro di mio nonno, l’ultimo parente anziano che mi è rimasto. Rispetto a un mese fa mi è sembrato assai peggiorato. Quando gli ho chiesto: come ti senti? Mi ha detto: mi sento che posso morire da un momento all’altro.
Al telefono ho detto questa frase a una mia amica per illustrare certe sensazioni della giornata: l’altro giorno è morta mia madre, me ne ero dimenticato.

DI FRANCO ARMINIO – il manifesto 2013.09.19

Una paesologa ad Aliano

di Maira Marzioni

Ad Aliano i primi panini dal forno escono alle otto e mezzo della mattina. L’aria è fresca oggi, è presto, ho dormito poco, ma capisco che alle otto un paese è più chiaro che alle undici, si mostra, vive componendo necessità, alle undici è già un’altra cosa, è diventato già più superfluo.
Ieri sera Antonio, col sigaro mezzo acceso e mezzo spento in bocca, quando ha sentito che c’era Infantino e i tamburellisti di Tricarico è impazzito dalla felicità. Era accanto a me, ero felice anch’io a guardarlo. Stamattina lo vedo con la carriola e la scopa che pulisce il marciapiede.
Le donne alle otto di mattina ad Aliano hanno i fazzoletti in testa e il viso di corteccia; sono bellissime senza retorica, con la naturalezza dei graffi dei calanchi, dell’acqua fresca dalle fontane del paese, delle variazioni di pietre che compongono i muri delle case.
Una sta seduta in fondo alle scale di casa, sul ciglio della strada e pulisce la verdura, un’altra con la veste blu si aggira con un secchio azzurro e dei panni dentro. Con mia sorpresa la vedo al bar poco dopo, un ragazzo del paese le ha offerto il caffè. Lei se la ride.
Penso che sia la prima volta che vedo una donna di corteccia al bar.
Amo il salato la mattina.
Vedo Pasquale, fotografo di Potenza e guidatore lento di furgoncino, mangiare una focaccia, mi indica la tenda del Panificio Scelzi. Ad Aliano tanti hanno per cognome Scelzi.
Dentro ci sono Giuseppe e Maria e tutto quello che fanno è senza dubbio corpo di Cristo.
Il calzone con le bietole di Maria e Giuseppe è una sacralità. Le biete sono quelle congelate dall’inverno, Maria le cuoce e le condisce col loro olio la mattina, mentre Giuseppe impasta, tutto rigorosamente con lievito madre. Sia benedetto il figlio allora!

***
Ad Aliano per tre giorni le visioni di un poeta hanno dato forma a un festival anomalo, un delirio diffuso, che ha coinvolto menti, mani, corde, fiati, voci del sud più vario e del nord meridiano dentro.
Si sono strette le mani dei vivi e dei morti: Rocco Scotellaro, il cacciatore scambiato per quaglia, i tamburi di Tricarico, la nostalgia riabilitata a sorgente, la malinconia elevata a orizzonte, il migrante del 1907 nella voce di Ulderico Pesce, i ragazzi di Paola, le donne che sbattono nella bara nel film di Luigi di Gianni, Carlo Levi, la cortaglia ovvero letame di greggi che a maggio concimava i campi, la cantantessa lucana Caterina che fa piangere la pietra dei calanchi, Francesco del bar demoniaco, Antonio Infantino che è sciamano italiano e non riesce a pagare le bollette, la pizza sfornata alle due di notte, le chiacchiere con Biagio che me lo dice da amico a tredici anni che non me la posso proprio perdere la Madonna di Viggiano.
Un festival sgretolato e vivo, inoperoso e denso di poeti e parlatori, bello quando intellettualmente debole si è dato, perchè visceralmente prospero.
Ho apprezzato chi si è confuso tra il partecipare e lo stare sul palco, chi ha donato i passi alle pietre come tutti, pure se ha presentato sanremo, chi non ha detto niente, chi mi ha fatto regali: un passaggio in macchina dal Salento, i taralli al finocchio, la pesca, l’amore, la poesia Twenty-two con fiocco di tulle arancione, un materassino per dormire meglio.
É la coralità densa e scalcinata che ha fatto speciale questo festival, assumendo la stessa postura di un paese, che sussurra ogni giorno vagiti di comunità possibili, che impasta la necessità alla bellezza delle pietre, delle porte ammaccate, delle case vuote, dei tronchi di albero col fazzoletto sopra dove si siede la signora della macelleria.
***
C’è saggezza nell’impasto, cibo-paesaggio, mistura fatta di mani e conoscenza della terra, perchè se la farina non è buona e l’acqua nemmeno non viene, il tempo è fondamentale e la pietra del fuoco pure.
Allora provo a dire cosa vorrei di altro per arrivare alla dignità splendente del calzone alle bietole di Maria: il cibo, procurato dai contadini della zona, cotto nei forni sparsi per Aliano, memoria visibile di quando il pane era ancora comunitario, perchè un paese lo si capisce se lo si può anche mangiare; le donne col fazzoletto al bar, perchè i paesi del sud e i suoi pensatori spesso le donne le hanno dimenticate, ma erano quelle che sbattevano nella bara, che davano gesto al dolore, le levatrici di atti poetici quotidiani; i giornalisti e gli intellettuali famosi che parlano soltanto dopo che hanno camminato e sudato come tutti; gli artisti non noti che danno voce al paesaggio, che non compaiono sui giornali, ma producono per necessità sguardi e forme; fogli di poesie e frammenti nelle panchine e nei bar di Aliano, voci provvisorie di un attraversamento composto e profondo; più gradini meno palchi; più tremore, meno statistiche; più uomini stanchi che uomini bambini; più occhi meno macchine fotografiche; più silenzio meno proseliti.
Proliferazione di mani e di menti, tessiture di donne.
Che ad Aliano si sappia che è bello, come mi diceva il farmacista, che il paese per qualche giorno sia vivo e che per esserlo non occorre aumentare l’offerta di gadget e souvenir, ma ritrovare la voce artigiana, il canto delle pietre, le cotture sul fuoco d’inverno.
Di solito nei paesi c’è già tutto, solo che non lo si sa.
Poetica visione è favorirne il risveglio, amplificare le storie, i cornicioni, i peperoni appesi, le donne corteccia.

L’Italia interna allora forse sarà quella che, dal mare alle montagne, sa stare dentro sé così come sa quando dare voce; quella che conosce carnalmente il ritmo del cuore tamburo, finchè c’è e pure quando non c’è più.

 

Diario di un aliano provvisorio

di Fabio Nigro


Bisaccia 29 agosto, sono le sette e trenta del mattino, si parte per Aliano. Manfredi si siede dietro, dice che ha il torcicollo e si addormenta subito, si sveglierà ai confini della Lucania. Livio è davanti e prende appunti, gli ho detto di segnarsi le frasi nette che raccoglieremo per strada. Ecco le prime:
_ Un medico che fa politica è un malanno per il paese.
_ Ad Aliano i calanchi riflettono il calore, qui sull’altura anche l’inverno soffre il freddo.
Dopo tre quarti d’ora di viaggio lasciamo la valle del Sele e a Contursi entriamo sulla Salerno-ReggioCalabria. È l’autostrada dell’incompiuto; un luogo mistico, le sue carreggiate sono due stigmate di asfalto aperte nel palmo del paesaggio.
Il manifesto funebre di Amedeo Noschese su un muro ad Alianello.
Aliano 30 agosto, sono le dieci del mattino, esco dalla panetteria mangiando una meravigliosa focaccia farcita di bietole e ascolto questo pezzo di conversazione tra due anziani:
_ Vado a sentire i politici, pure i poeti ci sono; e tu dove vai?
_ Io vado all’ombra.
Disteso su un muro, vedo un aereo volare sulla luna e i Calanchi.
Aliano 31 agosto, ore undici del mattino. Ho dormito solo un’ora e poco più, da tre giorni ho tirato via il segnalibro del sonno dalla notte. Nella camera accanto, Livio e Manfredi dormono. L’ancora dei loro vent’anni gli permette di fermare la rotta del sonno a ogni ora del giorno.
Aiuto il maestro, gli porto il sassofono. Lui non ce la fa, ha l’ernia al disco.
Aliano 1 settembre, ore quattro e mezza del mattino. Leggo alcune mie frasi in cucina, nella Casa dell’Americano. Non è il mio mestiere.
La ghigliottina del giorno dopo cala e ogni volta ci perdiamo la testa.
Sulla strada del ritorno
Ore tredici e trenta stazione di Contursi. Vado in bagno per pisciare, su una porta chiusa c’è scritto ” difetto”. Sono tristi anche i piccioni alla stazione di Contursi. L’unico che sembra contento è un uomo sui sessanta, magro, un paio di stivali di gomma verde che gli arrivano al ginocchio. È sporco di fuliggine e carbone dalla testa ai piedi, compresi i grossi baffi a manubrio; si avvicina camminando lungo i binari, sembra un macchinista contento di aver perso la sua locomotrice; nella mano destra stringe un grosso mazzo di asparagi; lo saluto e gli chiedo: ma non è tardi per gli asparagi, e lui mi risponde che, dopo un incendio, l’asparago tira sempre la testa fuori.
Un cavallo immobile all’uscita di Caposele.
Ore quindici santuario di san Gerardo. Esco allo scoperto da una selva di pellegrini, sono qui per salutare un amico, per lui sono giorni difficili. Non c’è, suo fratello mi dice che oggi quasi certamente non verrà; fa niente gli lascio un abbraccio postdatato.
2 settembre, ore nove del mattino. Tornare a casa dalla luna e i calanchi e trovare un manifesto che annuncia il concerto dei camaleonti. Poi incontro Luciano che mi dice: vieni, questa sera c’è musica al purgatorio.

il giorno dopo

Il giorno dopo era domenica ad Aliano.
Dopo i saluti della mattina
dopo il pranzo con la sposa,
con Carmela e Donato,
con i figli e Caterina,
col sindaco e Daniela,
dopo il pranzo sono uscito da solo
a cercare il paese e l’ho trovato
come se la bassa marea della fine del festival
lo avesse scoperto:
ho visto un fondale secco e commovente,
ho fatto cento foto ad una vecchia
e poi le mani e gli orologi di tre vecchi su una panchina,
la bombola di gas, il divieto di accesso, un canale storto,
una finestra chiusa a metà coi tubi, i camini e le antenne,
una ringhiera, un vicolo, un passante con la camicia bianca.
Ogni cosa che vedevo era commovente
e mi batteva il cuore e mi batte ancora,
mi batteva veramente
e non è che succede sempre.

armin

Esercizi di paesologia di Nicola Di Croce

Potenza, 2/9/2013

Esercizi di paesologia di Nicola Di Croce
Note accompagnate da Michel Focault, IainChambers e CarloGinzburg

Ritornando verso casa da Aliano un amico mi ha chiesto, forse provocandomi: “mi spieghi cos’è la paesologia?” Nel rispondergli ho avvertito quanto una pratica- un esercizio personalissimo cui mi dedico per le mie ricerche e seguendo la mia curiosità – avesse trovato in questa parola‘nuova’ un’intenzione comune a quella che Franco Arminio racconta nei suoi libri. Avvertivo come allo stesso tempo quest’intenzione fosse priva di una definizione, ed io non l’avessi mai cercata forse intuendone la direzione, forse perché non ne avevo bisogno, ma mi rendevo comunque conto che per parlare di paesologia non potevo far altro che raccontare il percorso di vita di un maestro elementare nella cui pratica solitaria si sono riconosciuti tanti amanti della marginalità. Hosentitocosì quel sentimento intimo e intraducibile – fortissimo – che provo verso quelmediterraneo interiore, ho sentito ancora l’avanguardia contemporanea della cultura di margine, il ben-essere che mi regalae la necessità di produrre, proprio attraverso un pensiero di margine,un discorso radicalmente nuovo.
Credo che questa necessità abbia bisogno, prima di tutto,di tracciare i confini instabili di una pratica, che diventa disciplina nel momento stesso in cui provo a definirla;come dire: coniare una parola è un atto di responsabilità, un’azione delicata perché estende l’esercizio di paesologiada pratica condivisa ad espressionee formazione di una comunità: “La disciplina è un principio di controllo della produzione del discorso. Essa gli fissa dei limiti col gioco di una identità che ha la forma di una permanente riattualizzazione delle regole.” (Focault)
Un discorso radicalmente nuovo- che accoglie la pluralità delle voci che lo compongono, non traccia limiti netti nel suo formarsi ed è, anzi,in grado di partire dalla poesia per arrivare all’istituzione – può partire, in questo momento, solo dai margini, dai luoghi che hanno vissuto un isolamento tale da evitare il suicidio razionale dello sviluppo inteso come crescita esclusivamente quantitativa:
“Le culture in apparenza periferiche e le storie minori vengono qui a revisionare radicalmente la nostra stessa comprensione della composizione del presente. Dai recessi dell’archivio, ora esposto agli interrogativi non autorizzati, sorti nei territori non riconosciuti di un Mediterraneo (e un’Europa) multilaterale, l’indagine critica è simultaneamente concentrata sulle complessità di località plurali mentre ci proietta lungo extraterritoriali linee inedite di comprensione.” (Chambers)
Ridisponendo il centro geografico della cultura occidentale nel mediterraneo, e iniziando ad ascoltare aiutati dall’acqua gli intrecci delle sue culture, ci accorgiamo che aimargini, per come li abbiamo definiti,non stanno le sponde ma l’entroterra, le montagne di quell’appennino che è il punto di inizio di questo discorso:
“L’inclusione delle sponde negate nella comprensione delle modernità mediteranee non soltanto riapre un archivio, esponendolo a coordinate precedentemente sconosciute. Se il represso inevitabilmente ritorna a perseguitare e disturbare il presente, allora anche le nostre interpretazioni sono disancorate dagli ormeggi e dagli assiomi precedenti.”(Chambers)
Riconoscere un percorso non rettilineo porta, allora, a guardare alle vittime dell’isolamento e dell’esclusione sociale comeai depositari dell’unico discorso radicalmente alternativo alla menzogna della società costituita (Ginzburg),e il passo successivo, coniugando la leggerezza di una comunità provvisoria con il controllo operato da una disciplina, dovrebbe essere quello di dare forma a questo sentimento del mediterraneo interiore: una forma in cui riconoscersi e dove concentrare le forze e le competenze di quanti sono convinti che un discorso nuovo e sensibile – estetico, perché in grado di sentire attraverso i sensi-si traduca in politiche territoriali:
“È questa soglia precisa, in cui la poetica suggerisce un’altra politica, a sollecitare un’apertura critica spesso inaspettata. Qui le pratiche artistiche non sono semplicemente modalità di testimonianza e del testimoniare storici, ma piuttosto, nel proporre misure di tempo e di spazio inedite, stabiliscono i luoghi di un’altra cartografia critica che, a sua volta, mappa il nostro divenire senza garanzie.”

Nicola Di Croce

Buona domenica amici miei

di Paride Leporace

Buona domenica a tutti gli amici e le amiche vicini e lontani.
Sono appena tornato da Aliano carico di emozioni e speranze. Tra poche ore parto per Venezia e vado alla Mostra del cinema non come giovane cinefilo, giornalista militante, visitatore effimero e disincantato ma con un ruolo pubblico denso di impegno e responsabilità. Mi sembra di stare sulla famosa linea d’ombra. E forse per questo motivo mi sono ricordato di due quaderni che stanno in un cassetto. Uno ha una copertina vintage. Un regalo di mia moglie Lucia. Viene da Bruxelles E’ un livre d’histoire. Un comptoire de famille. Nell’epigrafe di fabbrica sta scritto: “Nous avons tout en nous des émotions oublièes…Il suffit d’une historia pour les retrouver”. Ho scritto su quelle pagine delle poesie. Una per Lucia nel giorno più’ corto che ci sia, data di festa per incroci di ricorrenza, gli appunti per l’inizio di una commedia dialettale che inizia “ara Murtiddra”, poi “le ombre cinesi del male e del bene”, cinema in poesia, Chissà quando ho scritto “di ostaggi anonimi e muti-quasi ignoti- come i piccoli cadaveri-del conflitto in Siria-“? Lo stesso conflitto di oggi? Era quando guardavo Al Queida ad un altro festival veneziano, Simona Pari era ostaggio e i bambini di Beslan pure. Salvarsi, cercando una memoria, un passato, una nuova scrittura, una nuova storia.
L’altro quaderno è ricoperto di cuoio nero. Contiene un racconto. E gli appunti di un romanzo. Ho ancora molto da raccogliere. Vorrei scrivere della mia Cosenza. Della città vecchia alla maniera di Borges e di Evaristo Carriego. Del secolo breve a Cosenza. Raccogliere i miei scritti di cinema. E gli scritti lucani. Riscrivere una sceneggiatura giovanile. “Senso” di Visconti ambientato negli anni Settanta. E rivedere la raccolta “C’è poesia nei giornali”. E poi L’antologia degli scrittori di Maratea: Montanelli, Cederna, Pavese, Di Consoli, Cappelli etc etd. E quella saga familiare che ha tre inizi datati 1907, 1934, 1962. Potrò venire a capo di tanto lavoro? Forse per pezzi, per schizzi, per occasioni, per incontri, per amicizia, magari per bisogno.
In un cassetto della scrivania dormono due quaderni. Spesso sognano che una mano li prenda e la carta intuisce ogni volta la presenza di una mano che ne aggiunga inchiostro e segni. Ma forse è solo impassibile e innocente superbia. E allora penso a Franco. A Franco Arminio. Adesso tutti vediamo Franco Arminio in funzione dei paesi e dimentichiamo che Arminio (come Scotellaro, il suonatore, il poeta) è un personaggio di Arminio, così come la paesologia in cui lo immaginiamo, è una proiezione e quasi un delirio della sua opera.
La paesologia crea Arminio ed è da lui ricreata. Influiscono su Arminio l’Irpinia, l’osteria di famiglia, gli anni Settanta, il terremoto dell’Ottanta, il mestiere di maestro elementare, un figlio di 18 anni che è stato tre volte a Berlino e che sa fare la pasta in casa, il culto dei morti, l’amore per la Lucania e per le aree interne. Arminio impone la sua visione della paesologia, e tale visione modifica la realtà ( In verità noi auspichiamo che più’ in la che la realtà sia veramente modificata dalla politica, dalla poesia e dal cinema).
Come ha potuto Arminio diventare quello che sarà per sempre? Come riesci a mettere assieme per una giornata in un auditorium un ex ministro, filosofi, diversi attori, cantanti di strada e da night, storici, poeti. viandanti, curiose. donne ex isteriche, bambini e amministratori a parlare del Sud? Come riesci a scalare i calanchi, ad andar all’alba alla tomba di Levi? Ma non era morto il levismo? Forse e’ il suo carnevale? Il nuovo carnevale di Aliano. Costruire tante case con gli occhi. Neanche lo stesso Arminio sa dircelo come è diventato quello che sarà per sempre. Forse anche lui ha letto Dumas da piccolo. Io ho avuto la fortuna di leggere “I tre moschettieri” nella versione Oscar Mondadori per adulti ad 8 anni. Ho tentato di spiegarlo ad Umberto Eco ma non mi ha capito. O io non mi sono riuscito a far capire. E’ bello scoprire ad 8 anni D’Artagnan come lo racconta Dumas. Il sapore della pienezza della vita. Perché D’Artagna era giovane, orgoglioso. guascone, timido e povero. Eco non mi ha capito quel giorno di novembre quando tentavo di spiegargli che catalogavo i libri a suo modo e che i suoi amati “Tre moschettieri” erano finiti accanto a “Il nome della Rosa”. Come ha potuto Arminio diventare quello che sarà sempre? E’ capitato qualcosa in qualche momento che come un D’Artagnan lo ha profondamente segnato. Qualcosa di quotidiano e non banale che ha percepito in quel momento. Forse io l’ho ritrovato, non certo parlando con Umberto Eco e l’occhiuta presenza di un famoso filologo d’ordine di cui non ricordo più’ il nome, ma guardando la monumentalità dei calanchi lucani e leggendo Borges che per voi ho parafrasato in questa domenica di settembre. Ho scritto anche un racconto che si chiama “Impressioni di settembre”: Forse lo pubblicano a Cosenza. Forse. Buona domenica amici miei.

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